Il misantropo

 

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Il misantropo - Molière
in collaborazione con Comune di Poggibonsi - Lunatica Festival - Accademia di Belle Arti di Bologna  

Traduzione e regia Mario Perrotta

Alceste Marco Toloni
Filinte Lorenzo Ansaloni
Oronte Mario Perrotta
Celimene Paola Roscioli
Eliante Francesca Bracchino
Acaste Nicola Bortolotti
Clitandro Alessandro Mor
Arsinoè Maria Grazia Solano


aiuto regia Alvaro Maccioni
musiche originali Mario Arcari
costumi ideati e realizzati da Claudia Botta con gli allievi del corso
di Costume per lo Spettacolo -
Accademia di Belle Arti di Bologna
organizzazione Stefano Salerno





Trilogia sull’individuo sociale

un’indagine di Mario Perrotta

“Individuo sociale” è una contraddizione in termini. È un’utopia, una condizione limite a cui tendere.
O uno è “individuo” oppure è “sociale”: è sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità - questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo.
Tre testi dunque, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere ad un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?

Il misantropo di Molière - o Dell’individuo VS sociale.
I cavalieri di Aristofane - o Dell’agone politico e della utopia sociale.
Bouvard e Pécuchet di Flaubert - o Dell’utopia individuale.

L’indagine si svolgerà nell’arco di tre anni (2009, 2010 e 2011) ed è iniziata con la messa in scena del testo di Molière che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2009. Seguiranno nel 2010 I cavalieri e nel 2011 Bouvard e Pécuchet.

(2009) Il misantropo - Molière

Dell’individuo VS sociale

Il Misantropo di Molière, testo scritto dall’autore sotto la pressione dell’opinione pubblica (per lo scandalo provocato da Il Tartufo e Don Giovanni) e in piena burrasca privata con la moglie, non
lascia spazio ad equivoci: lo scontro tra individuo e società è già maturo e ha preso la forma
clinica della misantropia. Ma a ben guardare, il rifiuto delle regole sociali quando quelle regole,
degenerando, si allontanano dall'etica e dal buon senso, sembra quasi plausibile man mano che gli eventi privati e pubblici del protagonista procedono verso un insanabile divario tra lui e “la società”. Neanche l’amore, in questo testo, appare esente dai giochi di potere sociale a cui tutti ipersonaggi sottostanno.


Note sullo spettacolo

Delle intenzioni

Ci vuole coraggio a fare Molière. Ci vuole coraggio a fare Molière facendo Molière; così com’è, senza cambiargli i connotati, con la (vana?) speranza di recuperare un ventenne al teatro, di
strapparlo alla televisione almeno per una sera. Ci vuole coraggio ad avere solo questo obiettivo e nient’altro.
Ho tolto tutto il superfluo dal mio Molière, ho lasciato gli attori soli nello spazio, davanti a quei versi alessandrini da mangiare e digerire, per non farli sentire. Li ho lasciati soli con una storia semplice ed urgente da raccontare.
Ci vuole coraggio a lasciare gli attori soli nello spazio. Io ci sto da anni, solo, nello spazio vuoto (una sedia al massimo), ma adesso siamo in otto. Otto solitudini in uno spazio vuoto. Ci vuole coraggio per trattare così Molière, come fosse uno dei miei spettacoli precedenti, dove non c’è niente se non una storia da raccontare.
Ci vuole coraggio per mettersi in gioco pur di non fare il verso a se stessi. Io quel coraggio l’ho
dovuto avere, dettato dalla necessità. Questo dovevo fare, mi era necessario, e questo ho fatto.

Della traduzione

Ho tradotto il testo originale rispettando il verso alessandrino, credendo nella forza di quei versi e, per quanto ho potuto, ho cercato di rispettare la sequenza originale.
Ho cercato un nitore del dire, traducendo e dicendo ad alta voce. La parola “detta” era il mio
obiettivo. Sono un uomo di teatro, di palcoscenico, e non so pensare parole se non “parole dette”. Forse è un limite, ma tant’è.
Ho manomesso i versi solo quando l’originale si riferiva a persone e situazioni scabrose per l’epoca, ma insignificanti per noi, gente del XXI secolo. Nel fare questo ho creduto di rispettare l’obiettivo dell’autore, che era solito colpire ferocemente personaggi in vista del suo tempo (obiettivo talmente riuscito da avergli procurato varie denunce, processi e persino aggressioni fisiche violente da parte dei chiamati in causa): io ho chiamato in causa i protagonisti osceni del nostro tempo.

Della messa in scena

Ho messo in scena otto corpi in uno spazio vuoto. Ho rischiato l’assenza di appigli fisici e visivi per portare fuori la storia e il lavoro degli attori. Ho messo in scena disegnando spazi con quei corpi e poi mi sono sottratto. Ho lasciato gli attori lì, me compreso, a giocarsi la partita con quello spazio e con quella storia.
 

Mario Perrotta