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Viva l'Italia



Raoul Bova                              Michele Placido                      Ambra Angiolini                     Alessandro Gassmann


Commedia amara dal buon ritmo nella migliore tradizione monicelliana-risiana
L'ennesima famiglia italiana a cui tanta buona commedia ci ha abituato. "Soliti idioti" questa volta meno sgarrupati del solito perché figli di un potente politico (Placido): meno poveri sicuramente, ma non meno idioti. Spagnolo è Il nome di questo padre-burattinaio che tiene le fila dei tre figli e del loro successo (Gassman, Bova, Angiolini), così come di gran parte della politica italiana. È un passpartout per tutti: il consiglio d'amministrazione per uno, il concorso in medicina per l'altro - rigorosamente da raccomandato, un ruolo da attrice per lei - presa per forza nelle fiction in voga solo perché un NO a Spagnolo non si può dire. E poi a seguire incroci di favori e scambi di raccomandazioni, a chi ruba meglio e più in fretta. La storia della famigliola allo sbaraglio si staglia, fra luoghi comuni e mal costume generale, sullo sfondo della politica italiana - quella ormai da manuale - e della sanità che va a rotoli; dietro, un grande tricolore sventola senza vergogna "Viva l'Italia".
I politici sono ormai le facce note, i favoritismi eretti a sistema, le menzogne perpetrate e gli scandali da nascondere (trans e mignotte nascoste sotto l'ipocrisia del modello "buona famiglia italiana"). Ma sembra un sistema perfetto, che si autoregola da solo. Su tutto regna ignoranza e improvvisazione. Se non fosse che, ad un certo punto, il politico Spagnolo colto da un malore fulminante - una specie di demenza improvvisa che gira proprio quella corda pazza e pirandelliana del cervello - inizia a dire tutto quello che gli passa per la mente scompigliando le carte e rovinando equilibri. Il personaggio diventa così da perno del sistema (si scoprirà anche una vergognosa partecipazione alle mazzette che fecero ridere qualcuno la notte dell'Aquila), a una specie di Fool shakespeariano che si aggira per la folla con un ghigno derisorio (grande l'interpretazione di Placido) e che, forte della sua (immaginaria?) malattia, si libera dai sensi di colpa vomitando tutta la verità e permettendo agli altri personaggi di crescere, dirimersi e riparare i disastri di una vita. Il sopraggiungere della 'malattia' dunque è visto come ritorno al bene, ad uno stato di salute, come a dire - e neanche troppo velatamente - che lo stato delle cose è invece afflitto da una accecante demenza collettiva. E l'unico modo per uscirne è iniziare a dire e a pretendere la verità. L'immagine delle macerie dell'Aquila non può che essere dunque un'immagine-simbolo del paese in crollo, di fronte alla quale Spagnolo ammette al figlio (Gassman) la colpa della mazzetta presa per la costruzione della casa dello studente. Momento forte del film.
Partita quindi come una commedia alla Ben Stiller con gag incalzanti da italiuccia, il film prende la strada della migliore tradizione monicelliana-risiana in cui siamo stati maestri - diventa quindi amara e fa riflettere. Con qualche punta di lirismo che non stona. Il ritmo resta buono e ben equilibrato fra risate sincere (i vecchi ricoverati in ospedale sono in assoluto i migliori) ed emozione.
Alla fine gli orrori degli "italiani, brava gente", saranno in parte emendati da un anelito alla verità: un nuovo articolo della Costituzione sarà auspicato e applaudito: ARTICOLO 140 "Tutti i cittadini hanno il diritto di conoscere la verità". I personaggi si rimboccano le maniche e si danno da fare per contare, almeno una volta nella vita, per un'azione fatta e non per "grazia" ricevuta. Così infrangono la legge dell'apparire, abbassano le maschere e si congedano con un inchino ed un calcio all'ipocrisia. Sipario. (Simona Previti - MyMovies)  
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