Edipo re

STAGIONE DI PROSA "A PORTE APERTE"

VENERDÌ 16 MARZO 2012 ORE 21

 

CENTRO MEDITERRANEO DELLE ARTI

EDIPO RE

da SOFOCLE A PASOLINI


di ULDERICO PESCE con la collaborazione di Maria Letizia Gorga


con MARIA LETIZIA GORGA, Maximilian NISI, ULDERICO PESCE

rielaborazione e direzione musicale a cura di Stefano di Meo e Pasquale Laino

 

tastiere Stefano di Meo

fiati Pasquale Laino


regia di ULDERICO PESCE con la consulenza artistica di ANATOLIJ VASIL'EV 


Musiche tradizionali dei popoli Arberesh stanziatisi in Basilicata e Calabria,

canti Grecanici del Salento e della tradizione pastorale lucana.

 

 

L’incontro fra Ulderico Pesce, Maria Letizia Gorga e Anatolij Vasil’ev avviene venti anni fa, durante la realizzazione del Ciascuno a suo modo di Pirandello, un progetto svoltosi fra Mosca e Roma dal 1990 al ‘93, prodotto dal Teatro di Roma e dall’Accademia d’Arte Drammatica di Mosca.
Anatoly Vassiliev, fautore di un rigoroso metodo di lavoro sull’attore, basa il suo processo di creazione partendo da improvvisazioni a cui prendono parte tutti gli attori, senza ruoli prestabiliti, fino ad arrivare alla totale acquisizione del testo e ad una messinscena che è sempre una formula aperta, dove vengono previste zone di pura improvvisazione e interazione con il pubblico. Per la prima volta in Italia, durante la realizzazione del Ciascuno a suo modo, decise di aprire al pubblico le varie fasi di lavoro dello spettacolo.
Ulderico Pesce, seguendo le innovative idee estetiche del suo maestro, mette in scena questo EDIPO RE partendo dal testo di Sofocle sino ad inserire brani tratti dalla sceneggiatura dell’Edipo Re di Pasolini.
L’Edipo di Sofocle comincia con la pestilenza che affligge la città. Laio, il re giusto, è morto da tempo, sembra che la memoria di questo re sia in parte svanita ed è solo il ritorno di Creonte da Delfi, mandato proprio da Edipo dall’oracolo per sapere cosa fare per stroncare i mali che hanno invaso Tebe, che riporta l’attenzione su Laio, il re giusto, con la battuta: “Per sconfiggere la morte che sconvolge Tebe si deve trovare l’assassino di Laio."
Nella messa in scena curata da Ulderico Pesce, viceversa, si inizia dal funerale del re Laio. E’dalla morte di Laio che inizia il male, dalla sua uccisione avvenuta proprio per mano di Edipo. Con la morte del re Laio viene sconvolto un ordine cosmico dove l’armonia tra uomo, natura e spiritualità era totale, è questo sconvolgimento, provocato inconsapevolmente da Edipo, che porta la tragedia.
La bara del re Laio starà sempre in scena e diventerà il letto dove Giocasta si accoppierà con Edipo, senza sapere che è proprio lei che lo ha generato, la stessa bara rappresenterà il luogo dove il pastore rivelerà ad Edipo la sua vera identità e quindi il suo passato. La bara diventa il simbolo di un passato e di un’identità dei quali l’uomo moderno non può fare a meno. Più Edipo dirà di voler vivere nel presente dimenticando il passato e più si avvicinerà tragicamente ad esso. 


NOTE DI REGIA
La rimozione del passato e dell’identita’

Nel nostro spettacolo verrà data molta importanza alla ricostruzione dei segni di questa memoria. Edipo ricostruirà piano piano il proprio passato. Ma di che passato si tratta? Sappiamo che Edipo, appena nato, viene consegnato ad un pastore che lo porta, per ordine di Laio e Giocasta che lo hanno generato, sul monte Citerone per ucciderlo. Lo stesso pastore però, per pietà, lo farà vivere e lo alleverà. I primi ricordi di Edipo allora saranno quelli del latte, dei capretti e degli agnelli, dei suoni dei campanacci messi al collo delle pecore e delle mucche.
E’ stato importante, pertanto, nella nostra messinscena, ricostruire la memoria del mondo pastorale e della transumanza per recuperarne gli oggetti più emblematici come gli antichi campanacci che, messi al collo delle vacche più alte e robuste, accompagnavano le bestie dalla montagna alle pianure sul mare. Si tratta di campanacci realizzati in ottone e rame, alti circa un metro, che venivano applicati al collo delle mucche più robuste, mucche capo-branco che avevano la capacità di portarsi dietro altre mucche durante il lungo viaggio della transumanza durante il quale dalla montagna scendevano verso il mare. Questi campanacci venivano accordati in modo da emettere una nota precisa, così, il pastore della transumanza, attraverso i suoni di questi enormi campanacci accordati riusciva, anche di notte, a seguire il movimento delle bestie.

Sin dall’inizio della tragedia, come abbiamo visto, Edipo propone l’annientamento del passato ma è costretto a cercare l’assassino di Laio, pertanto è costretto a cercare nel passato.  Il nuovo re quando parla del suo desiderio di cercare e sapere la verità usa il verbo eurìsco, un termine figlio della cultura razionalistica, nel senso che eurìsco - sapere, cercare - è come se dettasse un modo di sapere esterno a se stesso, come se ci fosse una tecnica del recupero del passato quasi esterna all’uomo. Questo verbo Edipo lo usa spessissimo durante tutta la tragedia a voler sottolineare che la sua indagine è fuori da sé, ed è di tipo tecnico, la sua indagine è da capo dello Stato, da commissario di polizia. Sofocle però fa andare avanti Edipo nella sua indagine fino a che scoprirà che l’uomo che cerca, l’assassino di Laio, è lui stesso. Il commissario di polizia che fa l’indagine è anche l’assassino.
A quel punto però, l’indagine, non è più tecnica, fuori da sé, ma è interiorizzata al massimo. Ecco che allora Sofocle, ironia tragica, fa usare ad Edipo lo stesso verbo eurìsco ma al mediopassivo, vale a dire ekmatèin, ho indagato, ho saputo, ho trovato il passato, ho ricostruito la memoria. I risultati dell’indagine hanno portato Edipo a recuperare se stesso e la sua memoria.

Canti Arberesh e Grecanici
All’interno dell’Edipo il coro ha prevalentemente un ruolo epico, non partecipa all’azione scenica, non la scatena, la commenta in modo lirico. E allora alcuni brani recitati dal coro sono diventati canti che vanno ad intrecciarsi con altre canzoni e musiche che abbiamo prelevato dalla tradizione arbereshe, grecanica e del mondo pastorale lucano, interpretate e rivalorizzate dalla intensa voce di Maria Letizia Gorga.
Gli albanesi, che a partire dal 1400 abbandonarono l’Albania, perché i Turchi li costringevano a convertirsi alla religione musulmana, emigrarono in molte regioni dell’Italia del Sud dove hanno mantenuto la propria cultura e il rito greco-bizantino. L’emigrazione albanese, meglio conosciuta come diaspora arbereshe, è durata quattrocento anni. Noi siamo andati in questi piccoli paesi dove vivono ancora queste popolazioni per recuperare gli antichi canti. Buona parte della colonna sonora dello spettacolo è caratterizzata da canti della diaspora arbereshe.
Altre musiche scelte per la messinscena sono grecaniche, vale a dire prelevate dalla tradizione di quei paesi dove, a partire dal VI sec. a.C. si trasferirono coloni greci e dove ancora si canta in greco antico e altre ancora le abbiamo ritrovate nella tradizione lucana dei pastori della transumanza. Fiati e tastiere evocano le antiche atmosfere musicali grazie a Stefano de Meo e Pasquale Laino che eseguono i brani dal vivo.
Ulderico Pesce

ULDERICO PESCE si è diplomato come attore presso l'Istituto del Dramma Antico di Siracusa e poi come regista presso l'Accademia d'Arte Drammatica di Mosca; ha lavorato, fra gli altri, con Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Gabriele Lavia, Egisto Marcucci, Luca Ronconi, Franco Branciaroli. In TV ha recitato in alcune fiction come "Un medico in famiglia". Dirige il "Centro Mediterraneo delle Arti", Compagnia teatrale di produzione e formazione riconosciuta e finanziata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Con il suo spettacolo "Storie di scorie: il pericolo nucleare italiano" ha vinto il PREMIO FRANCO ENRIQUEZ 2008 per un teatro e una comunicazione d'impegno civile, il PREMIO CALANDRA 2008 e il PREMIO NAZIONALE LEGAMBIENTE 2005. con "FIATo sul collo" ha vinto il PREMIO MARISA FABBRI, sezione del PREMIO RICCIONE TEATRO 2005.


 





 

 

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